Quando un regista come Woody Allen, genio in assoluto della commedia con alle spalle più di quarant'anni di carriera, decide di girare un film a Roma, ci sono grandi aspettative e si presuppone che il film possa essere un grande omaggio alla nostra “città eterna”. Talvolta, però, anche i grandi registi fanno buchi nell' acqua e questo film ne è la dimostrazione.
Già il titolo - "A Roma con Amore" - sembra il finale di una lettera ad una fidanzata insistente a cui Allen non ha prestato molta attenzione; infatti, la pellicola, non solo ha una trama prevedibile e vuota, ma è un film con davvero troppi stereotipi e pregiudizi sull' Italia e sugli italiani!
L' opera si sviluppa in modo banale attraversando quattro episodi, scollegati tra di loro, che vedono protagonisti sia italiani che americani.
La prima storia - che ruota attorno a due sposini di Pordenone che decidono di trasferirsi a Roma per cominciare una nuova vita e che poi per un equivoco sono costretti a restare separati per tutta la durata del film - è scontata, a tratti persino un po’ ridicola, ricca di cliché e luoghi comuni, come gli abiti dei protagonisti stile anni '50: i vestiti a fiori di lei e i pantaloni con le pence di lui.
La seconda vicenda è quella che ha per protagonista Leopoldo Pisanello (Roberto Benigni), l' Italiano medio secondo il regista, ovvero un ometto che tende a polemizzare con un quotidiano in una mano e un caffellatte nell' altra. Senza motivo, una mattina diventa famoso e vittima di assurde interviste, e poi, di colpo, sempre senza alcuna spiegazione, perde la sua celebrità
La terza storia, forse la meno riuscita, è quella in cui compaiono più stelle hollywoodiane; Jack (Jesse Eisenberg ) è un giovane studente di architettura che s' innamora di Monica (Ellen Page), la migliore amica di Sally, la sua ragazza. Il ragazzo, dubbioso sulle sue scelte d' amore viene messo in guardia da John ( Alec Baldwin ), esperto architetto, che all' inizio del film è una figura concreta che sembra far parte della vicenda ma che durante la pellicola, diventa, per così dire, una figura simbolica, uno spirito astratto, che s' inserisce inspiegabilmente tra i dialoghi e i pensieri dei personaggi.
L' ultimo episodio – caratterizzato sempre da stereotipi e luoghi comuni - è interpretato dallo stesso Woody Allen (non certo al meglio anche nel ruolo di attore) che veste i panni di un produttore discografico americano che conosce i suoi consuoceri italiani e vuole costringere il padre di suo genero a diventare un famoso cantante lirico.
Per fortuna, viene da dire, che le storie sono solo quattro, altrimenti avremmo assistito ad altri ripetitivi stereotipi, oltre a quelli già presenti, come le numerosissime auto e vespe italiane per i vicoli, il musicista con tanto di fisarmonica che gira per i tavoli dei ristoranti, l’uso di un linguaggio volgare solo da parte degli italiani, gli abiti fuori moda.
Ma veramente Woody Allen e gli americani ci vedono così?
Insomma, una trama sconclusionata, una regia "forzata", una recitazione "eccessiva", fanno di questo film una vera occasione mancata, un film, spiace dirlo, brutto, su un’Italia che non esiste, da parte di un maestro riconosciuto come il regista newyorchese che ha dedicato alla sua città e ad altre capitali europee, come Londra e Parigi, opere ben più riuscite.
[Davide99]
Insomma, una trama sconclusionata, una regia "forzata", una recitazione "eccessiva", fanno di questo film una vera occasione mancata, un film, spiace dirlo, brutto, su un’Italia che non esiste, da parte di un maestro riconosciuto come il regista newyorchese che ha dedicato alla sua città e ad altre capitali europee, come Londra e Parigi, opere ben più riuscite.
[Davide99]